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giovedì 3 marzo 2011

La Fed: «Il rischio di uno choc petrolifero per l'economia è un'ipotesi realista» (corriere)


In Italia Benzina da 1,546 a 1,552 euro al litro, ma nel Sud anche a 1,587. Gasolio: 1,436-1,444


MILANO - I prezzi dei carburanti crescono a ritmo impressionante a seguito della crisi libica. E la Federal Reserve conferma: «Il rischio di uno choc petrolifero per l'economia è un'ipotesi realista».
LA SITUAZIONE IN ITALIA - Intanto Mentre il prezzo del petrolio Brent giovedì scende di 3 dollari barile fermandosi a 115,80 dollari, sul mercato italiano arriva una nuova fiammata dei prezzi dei carburanti. Le quotazioni internazionali di benzina e gasolio mercoledì sono salite di 20-30 dollari a tonnellata, tornando sopra i mille dollari a tonnellata per la prima volta dall'esate 2008. Ai distributori italiani, dopo l'aumento di mercoledì da parte di Eni ed Esso, il monitoraggio di Quotidiano Energia registra i rincari di Ip, Q8, Tamoil, TotalErg e ancora Esso.  Leggi intero articolo

sabato 26 febbraio 2011

L’Europa inventa la dottrina zero (Presseurop)


25 febbraio 2011 EL PAÍS MADRID

Nei momenti cruciali della storia, le grandi potenze elaborano delle linee guida per indirizzare la propria azione. Quella dell'Unione di fronte alle rivolte arabe sembra ispirata al vuoto assoluto.
Mentre i popoli della sponda meridionale del Mediterraneo lottano per riconquistare la propria dignità, noi europei dilapidiamo la nostra come se niente fosse. In politica estera il termine dottrina definisce l'intenzione di raggruppare sotto uno stesso principio di attuazione una serie di avvenimenti che presentano problematiche simili. Nel 1947 il presidente americano Harry Truman annunciava che il suo governo avrebbe sostenuto "i popoli liberi che resistono ai tentativi di soggiogamento da parte di minoranze armate o pressioni esterne".
Nel 1968 la dottrina Breznev consentiva all'Unione sovietica di intervenire militarmente per ripristinare l'ordine socialista nei paesi dell'Europa centro-orientale. Il sigillo alla conclusione delle guerra fredda arrivò nel 1989, quando il portavoce di Gorbaciov, interrogato a proposito della dottrina Breznev in relazione alle riforme democratiche in Ungheria e Polonia, rispose inaspettatamente dicendo che in primo luogo sarebbe stata valida la "dottrina Sinatra", alludendo alla canzone "My way" (A modo mio). Da quel momento nella regione si innescò un effetto domino democratizzatore.
Oggi l'Unione europea, anziché elaborare una dottrina per rispondere alle rivoluzioni arabe, avanza in punta di piedi in mezzo ai tumulti. La dottrina dell'Europa non ha un nome, a causa di una clamorosa mancanza di leadership a tutti i livelli: nelle capitali, dove i governanti si guardano l'un l'altro con la coda dell'occhio e nessuno vuole essere il primo a scommettere sul cambiamento; e a Bruxelles, dove neanche Catherine Ashton ha voluto prendersi alcun rischio. La crisi attuale avrebbe potuto essere per Ashton un'opportunità di reinventarsi, invece la baronessa ha accettato con totale sottomissione di essere un semplice portavoce di ciò che i ventisette decretano all'unanimità, per cui non ci sarà una "dottrina Ashton".
Inoltre la dottrina dell'Europa non ha neppure un contenuto, perché i nostri leader vogliono tutto in cambio di niente: protestare senza disturbare, influire senza ingerire, condannare senza sanzionare, aiutare senza rischiare, partecipare senza pagare. Come se non bastasse, continuando con l'atteggiamento ipocrita che hanno tenuto fino a questo momento, non cercano nemmeno di nascondere che ciò che li preoccupa realmente sono le questioni dell'immigrazione e delle forniture energetiche. Imitando il miracolo della coca cola senza zucchero né caffeina, l'Europa ha inaugurato la "dottrina zero": cambiamenti in cambio di niente.

La tesi di Gheddafi

Per mettere in piedi una dottrina si potrebbero utilizzare i principi esposti da Saif el Islam, l'inquietante figlio di Gheddafi, nella sua tesi di dottorato sostenuta nel 2007 alla London School of Economics con l'incredibile titolo "Il ruolo della società civile nella democratizzazione delle istituzioni della governance globale". Saif rievoca una distinzione fatta dal filosofo del diritto John Rawls: da un lato ci sono le società "bene ordinate", che pur non essendo del tutto democratiche sono pacifiche, i cui leader godono di una certa legittimità nei confronti dei cittadini e rispettano i diritti umani; dall'altro ci sono i regimi "fuorilegge" e le società "inique", che violano sistematicamente i diritti umani e che, di conseguenza, devono essere sottoposte a pressioni e sanzioni, negando loro aiuti di qualsiasi tipo e congelando i legami economici.  
Scrive Saif el Islam a pagina 236 della sua tesi (riferendosi all'islamismo radicale): "questa tesi dimostra la propria conformità con l'idea di Rawls secondo cui non bisogna lasciare che gli stati fuorilegge agiscano liberamente". E conclude a pagina 237: "l'isolamento e l'eventuale trasformazione forzata degli stati fuorilegge è di importanza vitale per la stabilità globale".
Dobbiamo dunque applicare i principi di Rawls (sostenuti già dalle Nazioni unite con il concetto di "responsabilità di proteggere") e fare una distinzione chiara tra coloro che in questi giorni fanno ricorso alla violenza contro la società e quelli che dialogano con l'opposizione. Anche se i ventisette sembrano non essersene ancora resi conto, gli eventi in Libia rappresentano un salto di qualità [nelle violenze] che dev'essere contrastato dal Consiglio di sicurezza dell'Onu con dure sanzioni, una zona di esclusione aerea, l'apertura immediata di un procedimento davanti alla Corte penale internazionale e il congelamento di tutti i beni all'estero della famiglia Gheddafi. La Libia è uno stato fuorilegge, quindi trattiamolo come tale. (traduzione di Andrea Sparacino)

sabato 22 gennaio 2011

Bankitalia, per l'Italia crescita fiacca L'occupazione «non riparte» (Corriere.it)


Via Nazionale incita a compiere «riforme strutturali»

La Banca d'Italia
La Banca d'Italia
MILANO - Una crescita del Pil dello 0,9%& nel 2011 e dell'1,1% nel 2012, con uno sviluppo dell'economia «fiacco» che non consente una decisa crescita dell'occupazione. E' quanto si legge nell'ultimo bollettino economico trimestrale della Banca d'Italia, in cui gli economisti dell'istituto di emissione mettono anche l'accento sull'urgenza di rimuovere gli ostacoli strutturali che impediscono all'Italia un pieno inserimento nella ripresa globale. Nel Bollettino si legge che l'economia italiana dovrebbe essere cresciuta dell'1% lo scorso anno contro una stima del governo dell' 1,2%. Per l'anno in corso il ritmo di aumento dovrebbe fermarsi allo 0,9% (contro l'1,3% stimato dal governo). Lo scostamento più alto rispetto alle previsioni governative si registra sul 2012 quando al +2% inserito dal ministro dell'Economia Giulio Tremonti nell'ultimo documento di finanza pubblica si contrappone, secondo gli economisti della banca centrale, un +1,1%.
OCCUPAZIONE - Secondo gli economisti di Bankitalia il grado di sottoutilizzo del mercato del lavoro (che comprende le ore di cassa integrazione e i cosiddetti «scoraggiati») è superiore di due punti al tasso di disoccupazione rilevato dall'Istat. In altre parole, se alla percentuale di disoccupati, che secondo l'Istat è stata pari all'8,7% nel novembre 2010, si sommassero i lavoratori in cig e coloro che non cercano lavoro perchè disperano di trovarlo, il livello di disoccupati sfiorerebbe l'11%. Inoltre nel terzo trimestre 2010 coloro che cercano lavoro sono scesi dell'1,7% rispetto al periodo precedente, un «calo che ha interessato soprattutto i giovani e le persone in cerca di prima occupazione». Leggi intero articolo

sabato 8 gennaio 2011

Il gap dei tassi nel mondo è «oro» per gli speculatori. Tutti i rischi del «carry trade»

Il Sole 24 Ore - Fonte: Link articolo

Banca centrale cinese alza i tassi al 5,81%, mentre la Fed americana non sa più cosa fare per tenere bassi non solo quelli ufficiali (già ora a zero) ma anche quelli di mercato. La Banca centrale del Brasile ha fissato i tassi addirittura al 10,75%, mentre quella europea li tiene all'1%. Il problema è che queste differenze, causate dalla ripresa economica a marce alterne, sono la manna per gli speculatori: permettono infatti di prendere a prestito denari dove i tassi sono bassi e di re-investirli dove i tassi sono alti. Insomma: consentono agli speculatori di indebitarsi in Europa o in America per investire dove i ritorni sono più elevati.


Per esempio nei paesi emergenti. Morale: più Cina e Brasile alzano i tassi, più la speculazione trova pane per i suoi denti. Questo giochetto, chiamato "carry trade", nel 2010 ha raggiunto dimensioni record. Ora è un po' in calo, perché i bilanci sono chiusi in vista della fine dell'anno, ma nel 2011 è destinato a riprendere. Ma i rischi non mancano: il «carry trade» è causa infatti del forte afflusso di capitali nei paesi emergenti (aumentati del 42% dal 2008 al 2010) e dei rincari sulle materie prime. I mercati, insomma, scherzano col fuoco: i guadagni (per pochi) di oggi possono diventare macigni (per molti) domani.
Il carry trade
Il giochetto è semplice: basta prendere in prestito soldi dove il denaro costa poco. Qualche anno fa bisognava andare in Giappone, mentre ora c'è letteralmente l'imbarazzo della scelta: Giappone, Usa e Gran Bretagna hanno tutti tassi intorno allo zero, mentre l'area euro è all'1%. Ultimamente gli investitori preferiscono indebitarsi in Europa, perché temono che – causa Irlanda e Portogallo – l'euro sia destinato a restare debole. I dati ufficiali, quelli elaborati dal Cftc, lo dimostrano: dato che indebitarsi in euro per comprare titoli in altre valute significa vendere la moneta unica europea, le posizioni "corte" (cioè in vendita) sull'euro sono aumentate tra novembre e dicembre. All'ultima rilevazione, quella del 17 dicembre, i contratti in vendita risultavano 10.304 più di quelli in acquisto per un controvalore di circa 1,3 miliardi. Ma fino a poco tempo fa facevano lo stesso sul dollaro o su altre valute.
Una volta presi in prestito, i denari vengono investiti dove si spera di guadagnare tanto. Le destinazioni sono dunque molteplici. Si parte dai paesi emergenti. La Cina – dove i tassi sono in rialzo da tempo – secondo le stime del Institute of International Finance ha attirato nel 2010 ben 158,9 miliardi di dollari di capitali privati: il 9,7% in più rispetto al 2008. I flussi su Borse e bond del Brasile sono addirittura quasi quadruplicati a 124 miliardi. E, in generale, i paesi emergenti hanno attirato 825 miliardi di dollari nel 2010: il 42% in più rispetto al 2008. I soldi vanno inoltre sulle materie prime. E, ovviamente, anche in borsa.
Le conseguenze
Ciò che oggi ingrassa i bilanci di banche e fondi, domani può però diventare un boomerang. I rischi del carry trade sono infatti tanti. Innanzitutto le banche e gli investitori, quando si indebitano a tassi bassi, lo fanno con un effetto leva elevato per aumentare i guadagni: questo significa che il giorno in cui i mercati dovessero girare, migliaia di investitori dovrebbero chiudere le loro speculazioni in fretta e furia per non moltiplicare le perdite. E questo avrebbe pesanti conseguenze sia sui bilanci bancari, sia sui paesi "oggetto" di carry trade. Per questo il presidente della Fed Ben Bernanke da mesi chiede alle banche di ridurre il carry trade.
Ma i rischi sono anche altri. I flussi di capitali nei paesi emergenti stanno creando problemi – in maniera diversa – alle loro economie. Per questo alcuni stati, tra cui proprio Cina e Brasile, hanno deciso di alzare le barriere sui capitali esteri in ingresso. In questo modo cercano di arginare la corsa degli investitori esteri, che – se eccessiva – può far salire le valute e creare squilibri economici. Si arriva così al paradosso di paesi, come la Cina, che da un lato alzano i tassi d'interesse e dall'altro devono cercare escamotage per frenare l'afflusso di capitali in entrata

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