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sabato 6 novembre 2010

Peak Oil: Globalisierung im Rückwärtsgang | Wirtschaft | ZEIT ONLINE

Peak Oil Globalisierung im Rückwärtsgang

Die Ära des billigen Öls endet. Das ist gut für die Welt, meinen die Autoren zweier neuer Bücher.
Ein Bild, das in Zukunft Vergangenheit sein wird: Erdöl-Forderung mit Hilfe eines Tiefpumpenantriebes
Ein Bild, das in Zukunft Vergangenheit sein wird: Erdöl-Forderung mit Hilfe eines Tiefpumpenantriebes
Seitdem Mitte des 19. Jahrhunderts die ersten Tropfen aus dem Boden geholt wurden, hat Erdöl vor allem den Menschen des Westens industriellen Fortschritt und Wohlstand gebracht. Zugleich trieb es Kriege voran, hielt menschenverachtende Regime am Leben und zerstörte die Umwelt. Öl war stets beides, ein billiges Schmiermittel für stetiges wirtschaftliches Wachstum und der dreckige Rohstoff, dessen Nutzung die Erde aufheizt. Öl war immer Fluch und Segen zugleich. Leggi Intero Articolo

La bussola per investire a Piazza Affari ( da Mia Economia)

La bussola per investire a Piazza Affari

Immagine a corredo dell'articolo - La bussola per investire a Piazza Affari - miaeconomia.leonardo.it (05/11/2010)

Dopo l’abbuffata di guadagni delle scorse sedute è tempo di riflessione sulle Borse europee e in particolare a Piazza Affari. Nell’ultima seduta della settimana scattano le vendite di prese di beneficio dopo i guadagni delle scorse giornate in vista di un week end che potrebbe rivelarsi più burrascoso del previsto. Dopo l’euforia post manovra della Fed è tempo di fare due conti, di analizzare le prospettive del mercato e dell’economia con razionalità, di capire quanto efficace possa essere la nuova manovra di quantitative easing e che effetti possa portare.
A Piazza Affari i ribassi sono maggiori che sul resto delle Piazze europee, perché il listino italiano viene zavorrato dai titoli bancari che oggi sono nella parte bassa del Mib. Poco dopo le 11,00 Banca Mps perde il 3,9%, Ubi Banca il 2,5%, Unicredit il 2,2%, Intesa il 2%, Popolare di Milano l’1,9%, Unipol l’1,6%, Fondiaria prosegue nella discesa e anche oggi cede l’1,7%.
A tenera a galla il listino non bastano i titoli del Lingotto, Exor, guadagna il 2% e oramai ha scavalcato la soglia dei 20 euro, Fiat sale dell’1,3% e viaggia verso i 13 euro, Tenaris, miglior titolo, sale del 2,2%.
In generale l’All Share cede dello 0,8% a 21.890 punti e il Mib lo 0,9% a 21.270 punti. Ribassi più contenuti per il Mid Cap che perde lo 0,5% e per lo Star in calo dello 0,2%

Il fatto del giorno - Un fiume di denaro per indebolire il dollaro (da MiaEconomia)

Il fatto del giorno - Un fiume di denaro per indebolire il dollaro

Un fiume di denaro per indebolire il dollaro

Immagine a corredo dell'articolo - Un fiume di denaro per indebolire il dollaro - miaeconomia.leonardo.it (06/11/2010)

L’allentamento della politica monetaria della Fed olre alla spinta ai mercati azionari ha avuto anche un altro immediato effetto, ha indebolito il dollaro contro le principali valute. Appena e’ uscita la decisione delle Federal Reserve dell’ammontare della manovra di quantitative easing, da 600 miliardi ma estendibili fino a 900, la valuta unica si e’ immediatamente rafforzata contro il dollaro (ma lo stesso e’ accaduto per lo yen sui massimi storici contro il biglietto verde).
E’ uno degli effetti cercati e voluti non tanto dalla Fed ma dal Segretario al Tesoro americano, che ha fortissimanente voluto la manovra del quantitative easing. Infatti la massa di denaro che verra’ immessa nel sistema economico al ritmo di 75 milioni di euro al mese, andra’ a comprimere i rendimenti, creera’ un po’ di inflazione e spingera’ ulteriormente in basso il dollaro. Attraverso questa strategia Geithner cerca di ottenere una riduzione delle importazioni e una spinta alle esportazioni, con benefici sull’economia interna e sul deficit delle partire correnti. Di fatto si avra’ una specie di protezionismo camuffato.
Non e’ un caso che la strategia di debt spending varata dalla Fed abbia incontrato le ostilita’ di molte autorita’ straniere, a partire dalla Cina, che alla vigilia del G20 attraverso un suo portavoce ha fatto sapere come molti paesi siano preoccupati dall’impatto che il fiume di denaro americano avra’ sulle loro economie, sollecitando spiegazioni perche’ la fiducia nella ripresa dell’economia globale potrebbero essere danneggiate. Piu’ pacato il commento del presidente della Bce Trichet che si e’ detto convinto che gli Usa non abbandoneranno la linea del dollaro forte. Peccato che un dollaro debole stia nei fatti degli ultimi mesi.

venerdì 5 novembre 2010

L’Europa federale è già realtà | Presseurop – Italiano

L’Europa federale è già realtà

03 novembre 2010 The Times Londra
Felix Clouzot
In pochi se ne sono accorti, ma all'ultimo Consiglio europeo è stata decisa una svolta di portata storica: il trasferimento alle istituzioni Ue delle competenze sul bilancio degli stati membri è il primo passo di una trasformazione radicale e inevitabile.
Mentre la politica interna domina le prime pagine dei giornali, un evento storico è accaduto in Europa. La Gran Bretagna potrà anche avere la prima coalizione di governo da settant'anni a questa parte, ma l'Europa ha fatto qualcosa di molto più importante. Trasferendo le competenze sulle tasse e la spesa pubblica a livello federale, l'Unione europea ha fatto un passo decisivo verso la trasformazione in uno stato unitario.
Quella che è sicuramente una delle decisioni più controverse nella storia moderna dell'Europa è stata presa quasi senza che l'opinione pubblica se ne accorgesse, secondo il modello di governo top-down dell'Unione europea. Nonostante i suoi apparenti svantaggi, la versione Ue della democrazia rappresentativa elitaria potrebbe rivelarsi più capace dei modelli populisti di Stati Uniti e Gran Bretagna di stare al passo con le complesse mediazioni rese necessarie da un mondo in preda a un gigantesco cambiamento geopolitico.
La storia comincia, come praticamente tutte le altre storie di questi tempi, con la crisi finanziaria. Dopo il collasso della Lehman Brothers nel 2008 il panico finanziario si è diffuso in Europa, minacciando la sopravvivenza dell'euro. La crisi è iniziata nell'autunno del 2009 e ha raggiunto il climax nel week end dell'8 e 9 maggio, quando il governo greco si è dichiarato incapace di ripagare i prestiti in scadenza il lunedì successivo.
In quel momento i leader europei hanno capito che l'insolvenza della Grecia avrebbe innescato una corsa alle banche non solo sulle sponde dell'Egeo, ma anche in Irlanda, Portogallo, Spagna e nell'Europa centrale. Nell'arco di pochi giorni, se non di ore, gli euro depositati nelle banche greche, spagnole e italiane sarebbero valsi una frazione di quelli degli istituti di credito tedeschi e olandesi. In pratica l'euro avrebbe cessato di esistere.
La notte dell'8 maggio l'Europa era sull'orlo del precipizio, e i leader del continente decisero di creare un meccanismo finanziario del valore di 750 miliardi di euro per salvare i paesi che non potevano ottenere denaro dai privati. Fatto ancora più importante, la cancelliera tedesca Angela Merkel decise di mettere da parte i propri principi e acconsentì alla sospensione della "clausola anti-bailout", faticosamente inserita nel trattato di Lisbona per convincere l'opinione pubblica tedesca che l'ingresso nell'euro non avrebbe reso la Germania finanziariamente responsabile delle sregolatezze economiche dei paesi del "Club Med".
Con una mossa altrettanto sorprendente, il tesoro britannico decise di utilizzare i programmi di prestito e i mezzi dell'Unione europea per supervisionare le tassazione nazionale, e sposare i piani di spesa di Bruxelles che effettivamente crearono il budget federale dell'Ue. "Fu una notte di miracoli", ricorda Emma Bonino, ex commissaria europea italiana.

Garanzie collettive

Il piano di salvataggio dell'euro non sarebbe mai stato possibile senza un forte impegno a ottenere garanzie collettive permanenti per i debiti dei governi dell'eurozona. Ma affinché tali garanzie potessero funzionare era necessario un meccanismo di trasferimenti fiscali interni, che a sua volta non sarebbe mai stato accettato dalla Germania e dagli altri paesi creditori senza che ci fosse un controllo centrale sul budget dei paesi europei più stretto di quanto nessuno avesse mai immaginato prima.
La scorsa settimana, al summit di Bruxelles, questi meccanismi sono stati approvati in linea di principio. La maggior parte dei giornali si sono dedicati a temi marginali come la difesa da parte di David Cameron del "rebate" britannico e l'insistenza della Merkel per una revisione dei trattati dell'Unione europea. La verità di fondo, comunque, è che la Germania ha fatto ancora un altro passo indietro. L'assemblea ha stabilito infatti che nessun paese può essere costretto ad abbandonare la moneta unica a causa di un mancato pagamento dei debiti.
Nonostante nessuno, inclusi gli stessi leader europei, possa dire cosa sia stato realmente concordato, l'implicazione di fondo è che l'Unione europea dovrà creare un meccanismo permanente per il mutuo soccorso finanziario tra i paesi dell'eurozona, inserendolo nei futuri trattati. L'ostinazione di Angela Merkel sulle le modifiche al trattato, lungi dal proteggere i contribuenti tedeschi dalle conseguenze finanziarie, sigilla l'impegno della Germania in caso di nuovi salvataggi. Grazie alla revisione esplicita della clausola anti-bailout, infatti, le modifiche di Merkel al trattato assicureranno una forza legale irreversibile al federalismo fiscale dell'Unione europea.

Il sogno dei fondatori

Ma perché i politici tedeschi dovrebbero piegarsi a nuove costrizioni così dispendiose? Essenzialmente per due motivi. Primo, l'industria e la finanza tedesche dipendono dalla stabilità e dalla prosperità dell'eurozona. Secondo, l'unità dell'Europa è sempre stata il manifesto dell'élite politica e finanziaria della Germania.
I tedeschi, comunque, non sono stupidi. Non accetteranno di diventare gli eterni garanti dei paesi più sconsiderati dell'Unione europea senza che venga organizzata un'attenta supervisione finanziaria. La condizione per il federalismo fiscale sarà il raggiungimento di un grado di centralizzazione politica che al momento risulta difficile persino da concepire, ma che allo stesso tempo comincia a sembrare inevitabile.
Per esempio, è difficile immaginare che tra i diversi paesi ci possano essere differenze così ampie nell'età pensionabile, nei benefici assistenziali e persino nell'assistenza sanitaria, se il costo di tali servizi dovrà essere garantito in maniera congiunta. In effetti la convergenza graduale verso un'età pensionabile di 67 anni in tutta Europa è una delle conseguenza più incoraggianti della crisi finanziaria, almeno da un punto di vista strettamente economico.
Da sempre l'integrazione europea è andata avanti nelle difficoltà. Dopo l'ultima crisi dell'eurozona è diventato inevitabile spiccare il volo verso il federalismo fiscale e politico. Esattamente ciò che i padri dell'euro auspicavano. (traduzione di Andrea Sparacino)

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