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lunedì 19 settembre 2011

La ricetta dell’Economist per la crisi

16 settembre 2011    
Presseurop
"Come salvare l'euro". In un articolo lungo e dettagliato, l'Economist spiega che "l'unico modo per arrestare la spirale della crisi è un atto estremo di volontà collettiva da parte dei governi dell'eurozona, per costruire una barriera finanziaria in grado di evitare altri danni e porre le basi di una più solida governance dell'euro".
Secondo il settimanale londinese è necessario "agire su quattro fronti. Primo, bisogna mettere in chiaro quali paesi europei sono ritenuti privi di liquidità e quali insolventi, per concedere un appoggio illimitato agli stati solvibili e ristrutturare il debito di quelli che non potranno mai ripagarlo. Secondo, bisogna proteggere le banche e assicurarsi che possano sopportare un default statale. Terzo, bisogna fare in modo che la politica macroeconomica dell'eurozona abbandoni l'ossessione dei tagli al bilancio e si concentri sulla crescita. Infine bisogna cominciare a costruire un nuovo sistema in grado di evitare che una crisi del genere possa ripresentarsi in futuro.
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mercoledì 14 settembre 2011

L’elefante Italia e il suo baldacchino (da CHICAGO BLOG)

di Ugo Arrigo

foto ITALIA
Prima della serie di manovre estive di finanza pubblica la nostra economia era nei guai, dopo lo è molto di più:

A seguito della crisi di fiducia sul debito pubblico il governo si è impegnato a conseguire il pareggio di bilancio nel 2013, colmando in un biennio circa quattro punti di Pil di disavanzo pubblico;

L’operazione si verifica quasi integralmente attraverso aumenti di tasse.

Conteggiando solo gli incrementi palesi delle imposte (e lasciando fuori gli aumenti dei tributi locali che saranno attuati per compensare i tagli nei trasferimenti dal governo centrale) la pressione fiscale, calcolata come rapporto tra il gettito atteso e il Pil, aumenterebbe di due punti percentuali.

Calcolata invece come rapporto tra il gettito atteso e il solo Pil emerso, che il Centro Studi Confindustria stima nell’80% del Pil totale, aumenterebbe di due punti percentuali e mezzo passando dal 53% al 55,5%.

Nessun paese al mondo ha una pressione fiscale così elevata, neppure i paesi scandinavi caratterizzati dai sistemi di welfare più estesi.

Le entrate totali del settore pubblico arriverebbero, secondo le stime di Tito Boeri, al 49% del Pil nel 2014. Se rapportate al solo Pil emerso arriverebbero invece al 61% (sempre ipotizzando, irrealisticamente, che gli enti territoriali facciano fronte ai tagli dal governo centrale senza alcun incremento dei tributi locali).

Non servono grandi riflessioni aggiuntive per dimostrare che si sta andando nella direzione opposta a quella corretta. Il nostro paese era all’ottavo posto per pressione fiscale tra i paesi dell’attuale UE all’inizio del decennio 2000. Da allora tutti gli altri sette la hanno ridotta, alcuni anche in misura consistente, e cinque di essi sono scesi sotto quella italiana (con le eccezioni di Danimarca e Svezia). Questo processo si è ovviamente accentuato nel periodo della recessione. L’Italia è invece l’unico paese ad aver accresciuto la pressione fiscale, sia prima che durante la recessione (e ora, grazie alla serie estiva di manovre, anche dopo).

da CHICAGO BLOG

di Ugo Arrigo


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martedì 30 agosto 2011

Lettera ad un Governo mai nato: manovra iniqua ed incostituzionale. BASTA

Andare in pensione prima, allungando la propria anzianità contributiva; pagare meno tasse; destinare il proprio denaro in uno strumento efficiente e competitivo con altre forme di risparmio forzoso.
Cosi' titolava il Sole 24 Ore in uno dei tanti articoli pubblicati il 15 Agosto 2011 in favore del Riscatto di Laurea.
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Il principio secondo il quale chi  pagava per poter vedere riconosciuti gli anni di laurea nell'idea di poter andare in pensione prima facendo cumulo sugli anni contributivi e' venuto meno. Non solo, questa norma , se fosse approvata, avrebbe effetto retroattivo. A chi mancavano ad esempio due anni di pensione a seguito  del riscatto, adesso andra' in pensione fra 7 anni.
Questa norma e' profondamente iniqua per i seguenti motivi:
- chi ha aderito al riscatto lo ha fatto sulla base delle norme vigenti nella consapevolezza che fosse una forma di risparmio alternativa con una certa ottica di investimento;
- se la stessa persona avesse saputo che la finalita' per la quale aveva aderito fosse venuta meno probabilmente avrebbe fatto una scelta un investimento alternativo;
- chi oggi paga si trova nell'incertezza se continuare a pagare INPS oppure no;

A questo punto dico basta. Mobilitiamoci in massa. Non paghiamo piu' un centesimo ad uno Stato incapace di governare, qualora queste norme inique e incostituzionali fossero approvate. Diciamo stop all'evasione. Fermiamo questo governo iniquo. Accettiamo una qualsiasi proposta anche di un gruppo di minoranza che sicuramente farebbe meno danni.

Basta ad i privilegi, basta a tartassare le future generazioni a causa di una precedente generazione incapace di pensare in modo strategico al futuro.

L'alternativa e' la lotta, la mobilitazione o cambiare paese.

Mi appello al Presidente della Repubblica. Fermiamo queste norme che fanno gli interessi di pochi. Guardiamo invece solo l'interesse generale del paese in cui amiamo vivere.


Staff finanza e dintorni

mercoledì 8 giugno 2011

Le Monde: Fukushima spinge Desertec (piu' grande progetto mai realizzato di energie alternative)

 8 giugno 2011 Le MondeParigi
La centrale solare di Aïn Ben Mathar (Marocco).
La centrale solare di Aïn Ben Mathar (Marocco).
 
L'ondata di sfiducia nell'energia atomica che attraversa l'Europa favorisce i progetti di sviluppo delle fonti alternative, come l'enorme rete promossa in Nord Africa da un consorzio tedesco.
Tra chi osserva con interesse le rivoluzioni arabe ci sono numerosi imprenditori e aziende tedesche. A partire dall’estate del 2009 molti di loro – gruppi finanziari come Deutsche Bank e industrie come E.on, Rwe o Siemens – hanno lanciato il consorzio Desertec per un progetto energetico particolarmente ambizioso: lo sfruttamento su grandissima scala dell’energia solare ed eolica nei deserti dell’Africa settentrionale per fornire ai paesi della regione, ma anche all’Europa, l’energia di cui avranno bisogno.
I numeri presentati in occasione del lancio dell’iniziativa sono enormi: si tratterebbe di coprire nel 2050 il fabbisogno di elettricità del vicino Oriente e del Nordafrica e assicurare almeno il 15 per cento di quello del vecchio continente. Il costo complessivo dell’investimento dovrebbe aggirarsi intorno ai 400 miliardi di euro, spalmati su quaranta anni.
Il consorzio Desertec Industrial Initiative (Dii), che ha sede a Monaco di Baviera ed è incaricato di creare entro la fine del 2012 le premesse tecniche, giuridiche ed economiche per concretizzare questo ambizioso piano, è tuttavia cauto e mette le mani avanti dicendo che secondo i suoi responsabili non si tratta di un grande progetto “da 400 miliardi”, ma di collegare tra loro numerosi progetti locali – una trentina circa. Per costruire una prima centrale solare da 500 megawatt è stato scelto il Marocco.

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